
A volte siamo noi i giudici più severi di noi stessi.
Ci rimproveriamo per una scelta, per una parola detta male, per qualcosa che non siamo riusciti a fare. Ci confrontiamo con ciò che pensiamo dovremmo essere e finiamo per sentirci inadeguati, fragili o sbagliati.
E così, quasi senza accorgercene, possiamo passare molto tempo a combattere contro parti di noi che vorremmo diverse.
Ma le nostre fragilità non sono qualcosa da cancellare.
Raccontano la nostra storia, le esperienze che abbiamo attraversato, le ferite, le paure e anche i modi che abbiamo imparato per proteggerci.
Accoglierle non significa arrendersi o pensare che tutto vada bene.
Significa poterle guardare senza continuare a condannarci.
Nel lavoro con le persone ho visto molte volte che qualcosa comincia a cambiare proprio qui: quando una persona smette di sentirsi continuamente sotto esame e comincia a guardarsi con maggiore comprensione.
Non è detto che fuori sia cambiato qualcosa.
Ma dentro può iniziare a cambiare il modo in cui stiamo con noi stessi.
Forse imparare ad amarci comincia anche da questo:
smettere, poco alla volta, di farci la guerra.