
All’inizio, quando qualcosa la feriva,
faceva finta di niente.
Sorrideva.
Cambiava argomento.
Poi, una volta a casa,
la scena tornava nella testa.
Ripensava a ogni parola.
Si diceva che avrebbe dovuto rispondere.
Che avrebbe dovuto farsi rispettare.
E per giorni stava male.
Nel percorso non abbiamo cercato frasi giuste.
Non abbiamo lavorato su “come rispondere”.
Abbiamo guardato che cosa succedeva dentro
nel momento in cui si bloccava.
Col tempo ha iniziato a riconoscere quella stretta allo stomaco.
Quel momento preciso.
E la volta successiva, quando è successa la stessa cosa,
non ha parlato meglio.
Ha parlato prima.
Una frase semplice.
Non perfetta.
Ma vera.
E non si è più persa per giorni.